Scuola changemaker: l’esperienza dell’ITE Tosi di Busto Arsizio

Come sono cambiate le relazioni tra insegnanti e studenti con la didattica a distanza: l’esperienza delle professoresse Stefania Paci e di Antonella Maria Semilia.

L’arrivo del Coronavirus ha rivoltato come un calzino la nostra quotidianità. Quella scolastica nello specifico si è dovuta piegare a nuove regole, costringendoci a ideare strategie originali per non correre il rischio di affossare l’istruzione.

Ma come sta percependo il vento del cambiamento chi non abita la scuola? È corretta la visione d’insieme che se ne dà dall’esterno o è troppo semplicistica?

A raccontarci come ci si è adattati a una vita scolastica virtuale dall’inizio della pandemia a oggi è la professoressa Stefania Paci dell’ITE “E. Tosi” di Busto Arsizio, dove insegna informatica.

La sfida di essere da subito una scuola in zona rossa

“In Lombardia siamo stati tra i primi a entrare in zona rossa nel marzo 2020, tanto che il lockdown è arrivato a cascata cogliendoci in contropiede”, ci racconta la professoressa, quando le chiediamo di spiegarci quali sono state le difficoltà incontrate e come ci si è mossi per superarle. “Ci siamo dovuti organizzare in brevissimo tempo per garantire agli studenti, soprattutto ai maturandi, una preparazione adeguata”.

In quanto animatrice digitale Stefania, insieme ad altri colleghi, ha guidato la scuola all’utilizzo dell’hub Microsoft Teams, per la realizzazione delle videolezioni e la condivisione del materiale didattico.

“I miei colleghi hanno appreso in fretta, dopo appena un solo giorno di stop”, ricorda. “E non è scontato, dal momento che alcuni di loro non avevano mai usato Teams per fare videolezioni. Si sono adeguati ai nuovi linguaggi digitali ed è bello poter dire che si è potuto lavorare con celerità. Il nostro è uno di quegli istituti dotati delle giuste attrezzature per affrontare questo tipo di emergenza”.

Cos'è una scuola changemaker e come l'ITE lo è diventata

Non a caso nel 2019 l’ITE Tosi è stato eletto scuola changemaker

“Da tempo noi applichiamo una didattica per competenze,” spiega Antonella Maria Semilia, docente di Diritto ed Economia e insegnante changemaker “e questo ci ha permesso, rispettando le tempistiche richieste, di far parte della rete”. Ricordando il momento in cui si è imbattuta in questa realtà, la professoressa prosegue: “Quando sono venuta a sapere dell’esistenza delle scuole changemaker, grazie a un evento di Ashoka Italia tenutosi a Milano, ho subito pensato che anche noi avremmo potuto contribuire al cambiamento”.

Ashoka è l’associazione globale fondata nel 1980 da Bill Drayton. La sua filosofia si basa sulla convinzione che l’innovazione sociale sia il fondamento per cambiare il mondo. Un obiettivo che può realizzarsi con l’impegno di uomini e donne capaci di reagire, in modo rapido e sistematico, attraverso soluzioni efficaci ai problemi. Ne abbiamo parlato con Luca Solesin nella rubrica “La scuola del futuro”.

Perché ciò si concretizzi è necessario ripensare il sistema educativo, rinnovandolo in modo tale da trasmettere alle giovani leve le competenze utili ad attuare la mission di Ashoka. Da qui la nascita delle scuole changemaker. “Per ottenere il riconoscimento di scuola changemaker si deve superare una selezione composta da diversi step”, spiega Antonella. “Durante questo percorso di selezione si richiede di documentare la presenza dei quattro indicatori fondamentali: empatia, imprenditorialità, leadership condivisa e creatività. È importante dimostrare nel concreto che tutti e quattro i fattori coesistono in capo alla scuola, illustrando in che modo sono realizzati”.

In cosa consiste il metodo changemaker

In cosa si differenzia, da un punto di vista empirico, la didattica changemaker dai classici metodi didattici cui siamo abituati? “Il metodo changemaker non si limita a trasmettere le conoscenze accademiche” chiosa la Semilia. “Coinvolge gli studenti a trecentosessanta gradi. Nel mese di gennaio 2020 siamo stati a Roma con altre scuole della rete per un brainstorming sul tema della leadership diffusa. Occasione che ha permesso ai ragazzi di avere un momento di confronto concreto con il viceministro per sostenere il cambiamento. Eventi come questo chiamano gli studenti a una partecipazione attiva, ed è un metodo che permette loro non solo di mettersi in gioco testando  le rispettive capacità, ma anche di conoscere i propri limiti”.

Limiti che, in piena ottica changemaker, si punta a superare. “La didattica esperienziale e laboratoriale fa sì che i giovani acquisiscano competenze tali da non rimanere mai incasellati in uno schema predefinito. L’idea è quella di cambiare paradigma educativo, in modo da formare e abituare gli studenti a trovare sempre nuove soluzioni. Se necessario, anche cambiando modalità di ricerca delle stesse”. 

Adoperare un atteggiamento positivo di fronte a un ostacolo non può che attrarre soluzioni altrettanto positive. Questo almeno è quanto si impegnano a ottenere le scuole changemaker che, a oggi in Italia, sono appena undici.

La pandemia, tramite la DaD, non è stata l’unica causa determinante di un cambiamento della scuola all’interno della stessa. 

Di fronte a un ostacolo bisogna fare di un’emergenza un’opportunità.

Di Grazia Ciavarella