insegnare greco in dad

Insegnare greco ai tempi della DaD

Insegnare greco diventa difficile con la DaD che non permette di mantenere l’impostazione laboratoriale tipica delle lezioni frontali. La professoressa Mariafrancesca Sgandurra dividendo le classi in piccoli gruppi, ci racconta come è riuscita a trovare una soluzione.

L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha messo a dura prova l’intero sistema scolastico e le relative modalità di insegnamento. 
Con la DaD, infatti, tutto si è reso più difficile, più distaccato. L’insegnamento del latino e del greco, ad esempio, non potendo più essere caratterizzato dall’impostazione laboratoriale tipica delle lezioni frontali, ha subito delle limitazioni.

Noi di Idee per la scuola abbiamo intervistato Mariafrancesca Sgandurra, docente di greco in quinta ginnasio al liceo classico Blaise Pascal a Pomezia in provincia di Roma, che ci ha raccontato la sua idea di didattica a distanza.“Fin da marzo 2019 mi sono resa conto che la minore efficacia didattica del nuovo ambiente di apprendimento poteva essere in parte colmata dal lavoro in piccoli gruppi. Questo perché permette di sentire i compagni e l’insegnante più vicini”. 

Inizialmente erano gli alunni più “fragili” a richiedere uno sportello virtuale per recuperare alcuni argomenti, a volte anche al di fuori dell’orario stabilito per non perdere quell’attività. Ci spiega infatti la prof: “Generalmente 5 o 6 ragazzi si presentavano in video lezione all’orario stabilito e dichiaravano gli argomenti sui quali si sentivano più insicuri. Dopo un breve ripasso della regola, sempre accompagnata da esempi, si passava all’esercitazione guidata per verificarne la comprensione”.

Poi, come racconta a Idee per la scuola, “da quest’anno scolastico ho adottato la metodologia didattica della divisione della classe in gruppi di livello, che permette il coinvolgimento della maggior parte degli alunni, consentendo ai più bravi di non annoiarsi e ai più fragili di recuperare le carenze”.

Questa modalità è facilmente realizzabile in G-Meet, tramite la divisione della classe in gruppi di lavoro.

“In un ambiente di apprendimento in cui tutto è immediato e alla portata di un click, chiedere ‘che ragionamento stai facendo?’ può essere spiazzante, ma è l’unica modalità per validare un apprendimento a distanza. 

Sono arrivata alla conclusione che, proprio perché c’è distanza fisica e sfugge necessariamente l’impostazione laboratoriale che caratterizza la didattica in presenza, bisogna diventare tutor del processo cognitivo dei nostri alunni, che tocca a noi verificare e validare”. 

Come emerge dall’intervista, gli alunni lavorano volentieri in piccoli gruppi e riescono a sentirsi i protagonisti: “per mettere gli alunni ancora di più al centro del processo educativo e responsabilizzarli, ho a volte adottato il peer to peer in cui ho affidato ai ragazzi più brillanti la realizzazione di un compito da fare con uno o più compagni in difficoltà, dei quali diventano in un certo modo responsabili”.

“Sono arrivata alla conclusione che, proprio perché c’è distanza fisica e sfugge necessariamente l’impostazione laboratoriale che caratterizza la didattica in presenza, bisogna diventare tutor del processo cognitivo dei nostri alunni, che tocca a noi verificare e validare”

E i colleghi come hanno accolto l’idea? “Molti miei colleghi sono arrivati alle stesse conclusioni. D’altronde il nostro istituto non è nuovo alle metodologie innovative e si distingue per la promozione di progetti in compresenza con colleghi della propria o di altre discipline.
Questa è la modalità con cui il nostro liceo ha colto l’opportunità delle cattedre di potenziamento, che grazie alla lungimiranza del Dirigente Scolastico, sono state sempre finalizzate al conseguimento del successo formativo degli studenti”.

Dai colloqui avuti con i genitori Mariafrancesca ha percepito che loro hanno accolto l’idea, comprendendo sia l’efficacia delle esercitazioni di recupero in piccoli gruppi, sia tutti gli sforzi fatti per trovare metodologie didattiche che potessero compensare l’assenza fisica dell’insegnante.

Assenza che la nostra professoressa è riuscita a colmare: “Insegnare è mio dovere, ma quando gli studenti mi fanno capire che riesco a comprenderli, sostenerli, dare loro motivazioni, per me è ancora più importante. 

Alcuni alunni hanno vissuto momenti critici in famiglia a causa del virus e il pensiero di non averli fatti sentire soli dà un senso al mio lavoro, a prescindere da qualsiasi ricaduta didattica”.

“Da questa esperienza ho imparato che non bisogna mai dare tutto per scontato e adagiarsi sulle certezze che si hanno. Da un giorno all’altro può cambiare tutto e bisogna essere in grado di mettersi in gioco. Per fare questo bisogna aver guadagnato la fiducia degli studenti che si mettono nelle nostre mani, perché, se non si è ottenuta questa credibilità, è difficile guidarli”

Autore: Irene Petrella